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Il motocross è un sport dilettantistico?

  • Immagine del redattore: A cura della redazione
    A cura della redazione
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Le parole di Gravina riaprono una questione antica: in Italia solo quattro sport sono "professionistici". Il motocross non è tra questi


La polemica nata dopo l'eliminazione dell'Italia dai Mondiali di calcio accende i riflettori su una distorsione normativa che da decenni distingue atleti, società e intere discipline.


Bastano poche parole per scatenare un terremoto. Martedì sera, dopo l'eliminazione dell'Italia nello spareggio per i Mondiali di calcio, il presidente della FIGC Gabriele Gravina (ormai ex, dopo le dimissioni di oggi) ha risposto a chi chiedeva perché tanti altri sport italiani stiano crescendo mentre il calcio declina: "Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono sport dilettantistici. Negli sport dilettantistici si possono prendere decisioni che nello sport professionistico non sono possibili".



La reazione è stata immediata e durissima. Ma al di là della polemica, le parole di Gravina fotografano una realtà normativa concreta, spesso ignorata dal grande pubblico. E per chi opera nel mondo del fuoristrada, è una realtà con cui fare i conti ogni giorno.


COSA DICE LA LEGGE

In Italia il professionismo sportivo è regolato dalla legge n. 91 del 1981, che definisce sportivo professionista chi esercita l'attività sportiva a titolo oneroso, con continuità, in una disciplina riconosciuta come tale dal CONI. La parola chiave è proprio questa: riconosciuta.

Le federazioni che riconoscono il professionismo e sono affiliate al CONI sono storicamente calcio, ciclismo, golf e pallacanestro.


In passato erano sei: oltre alle quattro attuali, anche motociclismo e boxe, entrambi usciti dall'elenco nel 2008. Tutto il resto, atletica, nuoto, tennis, sci, pallavolo, rugby, arti marziali, e con loro il motocross e l'enduro, è classificato per legge come dilettantistico. Indipendentemente dai risultati ottenuti, dai guadagni effettivi, dal numero di ore di allenamento, dall'esposizione mediatica.



LE DIFFERENZE PRATICHE

La distinzione non è solo formale. Essere riconosciuti come sport professionistico comporta una serie di tutele e obblighi che cambiano radicalmente la vita di atleti, tecnici e società sportive. E non sempre in positivo.


Nello sport professionistico i contratti tra atleti e società sono regolati dal diritto del lavoro ordinario: esistono tutele previdenziali, contributi INPS, copertura in caso di infortuni, indennità di disoccupazione, tutele per maternità e malattia. Le società sono obbligate ad assumere gli atleti con contratti formali.


Nello sport dilettantistico il quadro è completamente diverso. I compensi vengono erogati attraverso rimborsi spese, premi e indennità con trattamento fiscale agevolato fino a una certa soglia, ma senza le tutele previdenziali e assicurative garantite dal lavoro subordinato. Un atleta dilettante che si infortuna rischia di non accedere ad alcuna forma risarcitoria o di non percepire indennità per invalidità temporanea, a meno di non avere stipulato a proprie spese una polizza privata.


La riforma dello sport del 2023 ha introdotto alcune novità, tra cui il contratto di lavoro sportivo anche per il dilettantismo, cercando di ridurre il divario. Ma la struttura di fondo rimane quella definita quarant'anni fa.



IL MOTOCROSS: PROFESSIONISTI DI FATTO, DILETTANTI PER LEGGE

Qui la questione diventa più evidente. Il motocross è uno sport che genera un giro d'affari significativo: team factory con budget milionari, piloti con contratti da capogiro a livello internazionale, un indotto fatto di sponsor, abbigliamento tecnico, accessori, eventi. Eppure, in Italia, tutto questo avviene dentro una cornice giuridica dilettantistica.


Un pilota italiano che compete nell'MXGP, o anche che lo vince, è tecnicamente un dilettante agli occhi della legge italiana. Le società che gestiscono i team non possono assumere i piloti con contratti di lavoro ordinari: devono ricorrere a formule alternative, collaborazioni, sponsorizzazioni personali, strutture societarie complesse, spesso costruite artigianalmente.


Le conseguenze sono concrete. Un pilota che si infortuna non ha le tutele di un lavoratore dipendente. Un team che vuole strutturarsi in modo professionale deve navigare tra norme pensate per la bocciofila del paese, non per un'organizzazione sportiva che opera in diciassette paesi. I tecnici, i meccanici, i preparatori atletici che lavorano a tempo pieno per questi team si trovano spesso in una zona grigia contrattuale.



PERCHé IL MOTOCICLISMO è USCITO DALL'ELENCO?

Vale la pena ricordare che non è sempre stato così. Il motociclismo era uno degli sport riconosciuti professionistici fino al 2014, quando ne è uscito insieme alla boxe. La motivazione ufficiale fu economica: la crisi aveva ridotto la disponibilità degli sponsor al punto che la FMI non riusciva più a sostenere i requisiti richiesti per mantenere il riconoscimento.


È un dettaglio che racconta molto del meccanismo: in Italia il professionismo sportivo non dipende solo dalla natura dell'attività, ma anche dalla capacità del sistema di autosostenersi economicamente in un quadro normativo che non ha mai davvero aggiornato i propri criteri.



UNA FERITA CHE VA OLTRE IL CALCIO

Le parole di Gravina hanno avuto il merito involontario di portare all'attenzione pubblica una distorsione che nel mondo dello sport di base si conosce benissimo, ma che raramente finisce sui giornali.


Il punto non è se il calcio sia più o meno professionistico degli altri sport. Il punto è che la legge del 1981 fotografa un'Italia sportiva che non esiste più, e che migliaia di atleti, dal motocross alla scherma, dal nuoto al rugby, vivono e lavorano in una condizione ibrida che la norma non riesce a inquadrare con precisione. La polemica passerà. Il problema resterà.

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